Brevissima storia della musica amatoriale

Se nel medioevo si usava la musica fondamentalmente per il culto (in quanto rappresentava un modo per accompagnare la vita monastica o per esaltare il lato mistico del rituale religioso), già prima del Rinascimento trombettieri e tamburelli avevano un ruolo fondamentale nelle guardie civiche delle città, con funzioni simili a quelle che oggi potremmo tributare alle sicurezza e alla protezione civile. Caspar Bach, il nonno di Johan Sebastian, era Stadtpfeifer di Gotha, gestiva una piccola gilda di musicisti, ognuno con un apprendista, capaci di suonare più strumenti durante le celebrazioni sia civili sia religiose. Durante tutta la giornata, proprio in quanto musicista, aveva anche altri compiti: viveva nella torre del municipio, doveva battere le ore con la campana, controllare giorno e notte se c’erano viaggiatori in arrivo nella città e dare l’allarme in caso di incendi, vicini o lontani che fossero.

Nello sfarzo seicentesco la funzione più propriamente conviviale divenne in breve non solo appannaggio della chiesa, bensì dell’aristocrazia. Gli aristocratici erano spesso eccellenti musicisti ed il lavoro preparatorio dei concerti che davano nelle loro ville era ridotto al minimo. Dal rinascimento a tutto il settecento il termine “dilettante” non era il connotato di “scarso”, ma identificava colui che voleva e poteva permettersi di suonare, magari durante un sontuoso banchetto (e anzi faceva vanto delle sue abilità, come il Conte Esterházy, protrettore di Haydn, che assumeva solo personale domestico in grado di suonare). Celebri le raccolte per fortepiano del figlio di Bach, Carl Philip Emanuel, dedicate a “conoscitori ed amatori”, termini con cui si intendevano da un lato i “maestri” esperti, dall’altro i praticanti, di solito i ricchi aristocratici che assoldavano i primi.

Con uno spirito diverso nasce invece il concerto pubblico, a Londra, per opera di John Banister. Banister, caduto in disgrazia presso il Re, il 15 gennaio 1674 pubblicizzò per la prima volta un concerto di musica classica accessibile a tutti purché paganti. Non ci si rivolgeva né a religiosi né ai nobili, bensì a un’altra classe sociale: la borghesia, che voleva ascoltare e suonare musica classica per proprio vanto e piacere. La musica passa dal rivolgersi ad un pubblico chiaramente identificabile (la corte o la chiesa) al confrontarsi con il libero mercato e il suo anonimato (la borghesia) e via via assume la forma, con cui oggi tendiamo (peccando di storicismo) a identificare tutta l’arte, di un raffinato e riservato esercizio intellettuale.

Nell’800, in progressivo aumento con l’espandersi di questa classe, il concerto diverrà ben più di un momento di convivialità. Se da un lato con l’invenzione del pianoforte moderno la musica diviene effettivamente un fenomeno da salotto più accessibile e divulgabile, dall’altro nel romanticismo muta anche la prassi esecutiva e la musica necessiterà sempre più di “virtuosi” per essere eseguita. Schubert, che compose le prime sinfonie e moltissima musica da camera appositamente per gruppi di amici, notava già che mentre i quartetti di Mozart o di Haydn potevano essere eseguiti da buoni dilettanti, per suonare Beethoven sarebbe stato necessario ricorrere a degli esperti. La performance musicale si professionalizza e si salda con la percezione di un compenso per le prestazioni.

La professionalizzazione ha effetto anche sulla produzione orchestrale: le orchestre, nate sul modello dell’esercito napoleonico addestrato in reparti, condotte da Wagner e Berlioz, aumentano il loro organico. Associazioni orchestrali, borghesi, nascono in tutta europa, e diventano il nuovo simbolo dell’ascesa degli stati nazione capitalisti: enti privati che si mantengono grazie alla vendita di biglietti. Questo modello privatistico proseguirà solo negli Stati Uniti. In Europa invece le orchestre diventano anche espressione di nazionalismo e, anche amministrativmente, si statalizzano.

La nascita di nuovi mezzi di comunicazione come la radio l’LP non sottraggano performance alle prestazioni dal vivo, ma dopo la guerra i costi di produzione rendono inevitabile l’intervento dello Stato per finanziare la musica lirica e sinfonica. In un crescendo durato fino agli anni ’70 del secolo scorso il ruolo sociale della musica viene assunto dunque dall’educazione, che necessita esperti, che vanno opportunamente pagati e sarà solo grazie alla diffusione ad opera di radio e LP che la divulgazione della musica uscirà dalla dimensione fondamentalemnte educativa (e non sociale) determinata dalla profezzionalizzazione ottocentesca.

Nel nostro paese, purtroppo, non c’è ancora una specifica attenzione alla pratica musicale amatoriale, considerata ancora un fatto secondario rispetto al suo valore estetico e culturale. Chi fa della musica un modo di stare insieme più che una forma d’arte sta sempre più entrando nelle considerazioni del mercato e non mancano risorse (anche culturali) a disposizione, ma la diffusione della pratica musicale è limitata in Italia agli sforzi di poche e rare istituzioni, spesso in scarso coordinamento tra loro. Alla partecipazione musicale non viene ancora dato il ruolo e la dignità di una politica e il fatto di poter suonare assume inoltre forme quasi esclusivamente educative, incentrate sulla guida di professionisti, e molto poco quelle dell’attivazione individuale dei partecipanti.

Per fortuna in Nord Europa (la sola Inghilterra conta oltre 900 orchestre amatoriali), negli USA e anche in Giappone e in Venezuela sono state avviate avviato politiche di partecipazione musicale, cominciando a invertire il trend e ricostruire, nel fare la musica, una specifica attenzione al suo valore pratico. Questo significa anche coltivare un nuovo ruolo sociale per quest’arte, da affiancare a quello culturale.

Articolo di: Tommaso Napoli

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