La prassi musicale nella società di massa

Oggi chiunque voglia ascoltare un brano di Mozart trova la maggior parte delle sue composizioni in numerose edizioni diverse, gratuitamente ed immediatamente disponibili, se solo ha un accesso ad  internet. Un secolo fa invece, se si voleva conoscere un brano musicale, si poteva non avere alternative al suonarlo da soli, soprattutto se si viveva fuori dalle grandi città.

Antolini (1998) ci mostra come per tutto l’ottocento italiano erano soprattutto le donne a dedicarsi alla pratica del pianoforte. Nonostante il loro livello fosse spesso scarso (Antolini cita Faustina Capranica, che scrisse alla cugina Agnese: « […] per me avrò eternamente un maestro perché da me non sarò mai capace di niente, qui non l’ho e sono disperata […] non apro neppure il pianoforte, ora che ne ho uno veramente buono, anzi sprecato per me»), alcune si esibivano non solo in privato ma anche in manifestazioni musicali pubbliche, specialmente in periodi di chiusura dei teatri, quando si rendeva necessario fare musica durante le riunioni tra le famiglie più facoltose.

In queste serate musicali si eseguivano le musiche più diverse, sia creando ensemble ad hoc, sia musica da camera sia, fu questa una delle novità dell’ottocento, riduzioni di pagine operistiche per pianoforte e voce. Ma la prassi musicale amatoriale è comune anche a Parigi, a Londra, ne nuovo mondo o a Vienna, in cui già nel 1970 si registrava la presenza di un pianoforte in ogni famiglia abbiente. Gli amatori sono, per un corrispondente dell’Allgemeine Musikalishe Zeitung, “coloro che in accademie private si dedicano alla priatica musicale per acquisire galanteria e buone maniere ed ottenere un maggior numero di clienti nella propria professione, sia che si tratti di medici, che di avvocati” (citato da Genghini 2005).

Nel racconto del 1907 di Arnold Bennett “La morte di Simon Fuge, il narratore, un curatore del museo britannico, visita Stoke (Stroke-on-Trent), una cittadina del Nord Ovest dell’Inghilterra. I suoi pregiudizi sull’ignoranza delle province vanno in frantumi quando un architetto locale e un amico, un produttore di Birmingham, curiosi di conoscere la Sinfonia Domestica di Strauss (scritta qualche anno prima, nel 1903, e mai udita in campagna) procedono a leggere a prima vista al pianoforte una trascrizione della sinfonia. Terminati i sui quarantacinque minuti, il produttore si rivolge al suo amico e laconicamente chiede: “Che ne pensi, Bob?”.

Dunque non corrisponde al vero il fatto che i dilettanti o gli amatori fossero musicisti poco preparati. Tuttavia ad inizio secolo le cose cominciarono a cambiare. Soprattutto le orchestre, il dato caratterizzante del XIX secolo, durante la crisi economica culminata nel 1929 si trovarono in difficoltà e all’inizio degli anni ’50 dovevano fare i conti con due fenomeni. Primo, il fatto che questi enti richiedevano un grande dispendio economico (Baumol 1966), cui solo lo Stato avrebbe potuto far fronte. Secondo, la nascita dei medium di massa e delle registrazioni, che rendeva le performance dal vivo riproducibili e riprodotte.

Lo sviluppo di nuove tecnologie di incisione e conservazione dei dati, sebbene abbia evocato enormi spettri, ne ha smentiti altrettanti: non solo le “masse” non sono affatto centri di omologazione indiscriminata, ma le città e le metropoli sono ancora capaci di produrre diversificazione culturale; inoltre le tecnologie di registrazione non hanno reso superflue le performance dal vivo. Il pubblico ha infatti cominciato a riappropriarsi della musica e le tecnologie e la massificazione di beni e servizi hanno funzionato più da incentivo che da freno. L’idea tanto diffusa che la musica dal vivo potesse essere eclissata dal boom della musica registrata  (dalla possibilità dunque di avere accesso a esecuzioni musicali di livello talmente alto da far passare la voglia al dilettante di misurarsi con esse) è risultata in gran parte errata.

Anzi, oggi più che mai i social network come Youtube o Facebook sembrano esercitare l’effetto esattamente opposto, tanto che anche l’Economist ha più volte ritenuto importante sottolineare come rappresentino una nuova risorsa per chi vuole agire la musica (e non solo ascoltarla, che comunque è avvantaggiato da un’ampia diffusione, anche illegale, di performance soggette a copyright), ma anche per il mercato di spartiti, strumenti e software. Con le nuove tecnologie di registrazione si è anche aperta la competizione musicale a gruppi di dilettanti affianco a quelli di professionisti, e non mancano siti internet e band amatoriali che suonano e fanno scaricare gratuitamente la loro musica, in modo da evitare legalmente i diritti d’autore e permettere a chiunque di ascoltare la musica che preferisce.

Come riportato nell’annuario Siae del 2007, in Italia il contributo del settore della musica all’economia è senz’altro “apprezzabile” ed ha raggiunto, nel 2007, un valore di oltre 481 milioni di euro in Italia (+14% rispetto al 2006) e di 98 milioni nella sola provincia di Milano (+8%), dove si concentra quindi più del 20% dell’intero mercato nazionale. La componente musicale aumenta inoltre il suo peso (dal 7,3% all’8,5% in Italia e dall’11,3% al 13,5%  a Milano) sul volume d’affari complessivo prodotto da tutta l’industria dello spettacolo, che nel suo insieme risulta invece in contrazione (-1,8% in Italia e -9,3% a Milano).

In aggiunta, la Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI) nel 2009 riportava che il “grande settore” musicale italiano (che include produttori e distributori di strumenti, la musica stampata, la formazione e la produzione elettronica di musica) gode di miglior salute del “piccolo settore” (nel quale rientrano gli stadi relativi alla produzione, alla distribuzione e al consumo della musica). Sebbene la ricerca evidenzi un fatturato complessivo in calo dell’11,1%, trascinato dalla netta riduzione delle vendite dell’elettronica di consumo (- 17,7%), sono in aumento le vendite di musica stampata (+4,8%) e strumenti musicali (+3,4%). Il rapporto quantitavio-economico della FIMI si conclude con questa frase: “Questi dati confermano la ‘voglia di fare musica’ che ancora si esprime in Italia. E vanno letti tenendo presente che più di un milione di persone, ogni anno, acquista in Italia uno strumento musicale nuovo. È questa ‘voglia di fare musica’ che spinge verso l’alto i dati di vendita degli strumenti, oggetti senza i quali la musica stessa non esisterebbe.”

Il cambiamento più ampio stimolato dalla “voglia di fare musica” è la ricomparsa – sotto nuove spoglie – dei musicisti amatori. E del mutamento di quello di professionista, almeno rispetto all’idea unicamente estetica della musica. Sebbene infatti continui a essere diffusa l’idea che i professionisti siano a tutti gli effetti degli esperti, la privatizzazione del settore determina un sempre minor numero di impiegati stabili ed un grande ampliamento del mercato privato di orchestre, ensemble e singoli musicisti più o meno precari. Mentre in passato si partiva, nel preparare un brano o una stagione, da un gruppo professionale e consolidato, la tendenza è oggi quella di rivolgersi di volta in volta a gruppi o persone diverse, a seconda delle esigenze della performance, e di affiancare al suonare attività come l’insegnamento, l’organizzazione di eventi, oltre che nuove forme e modi di usare la musica (dalla musicoterapia all’elettronica).

 

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