Musicisti amatori e concerti pubblici nel ‘600 e nel ‘700

Dal Rinascimento al settecento avanzato, anche se non sempre gli aristocratici erano eccellenti musicisti ed il lavoro preparatorio dei concerti che davano nelle loro ville era ridotto al minimo, il termine “dilettante” non era il connotato di “scarso”, ma identificava colui che voleva e poteva permettersi di suonare, magari durante un sontuoso banchetto (e anzi faceva vanto delle sue abilità). Del resto brani musicali che hanno superato le barriere del tempo e suonano oggi familiari alle nostre orecchie, come l’Offerta Musicale di bachiana memoria, erano spesso tutt’altro che facili da eseguire ma destinati ugualmente ad essere suonati a vista dai frequentatori delle ricche corti dell’epoca. Per questo erano abbondanti i casi come quello della famiglia Esterházy – mecenate di Haydn – che assumeva solo personale domestico in grado di fare musica come e quando il padrone lo richiedeva. Non solo: era prassi comune dei compositori, al contrario di quanto avverrà a partire dal Romanticismo, adattare l’opera del loro genio alle caratteristiche del pubblico e dell’organico di cui si disponeva. Vi era insomma in tutta la musica post-rinascimentale fino al settecento completo una duplice relazione tra il mecenate (che pagava e dunque disponeva) e il compositore/musicista, con compiti musicali sia organizzativi sia educativi.

Nel definirsi come immancabile momento di svago per la nobiltà e l’aristocrazia, l’idea di eseguire musica si diffonde anche alla borghesia. E sebbene in Europa bisognerà aspettare la rivoluzione industriale per veder giungere il grande cambiamento che porterà questa classe sociale alla ribalta come destinatario finale della gran parte della produzione musicale, l’Inghilterra anticipa i tempi. Nell’Europa continentale infatti, sebbene esistesse una musica di città, per contrapporla a quella da chiesa o delle corti, suonata nelle locande o nelle taverne, era diffusa la pratica di suonare per un solo patrono o istituzione. Ma non era così a Londra, dove anzi il puritanesimo poneva grandi limitazioni alla prassi musicale e Carlo II sapeva che “negare la libertà ai suoi musicisti di guadagnare al di fuori della corte avrebbe significato rendere impossibile per qualunque compositore o musicista di buon livello accettare un incarico a servizio del Re” (Raynor 1972). Questo spiega perché, nella Londra del XVII secolo, c’erano musicisti che fornivano musica, e suonavano, per i concerti pubblici o per incontri privati o semi-privati di appassionati. E non stupisce che molti storici della musica descrivano il concerto pubblico come una brillante invenzione di John Banister, allorché cadde in disgrazia davanti al Re (secondo alcuni perché poiché si oppose alle politiche del Re che invitava troppi musicisti stranieri, e fu licenziato, secondo altri perché furono i musicisti a cacciarlo in quanto sottraeva loro soldi).

Questo personaggio, che per molti ha del leggendario, cominciò a pubblicizzare propri concerti a pagamento sul “London Gazette”. Il 15 gennaio 1674 è la prima volta che un concerto di musica classica si svolge a pagamento e al di fuori della corte e della Chiesa, ossia in forma pubblica, accessibile a tutti purché paganti. Dal punto di vista dei frequentatori moderni questi concerti dovevano essere “atroci, ma per principio i loro membri suonavano insieme per divertimento, nella convinzione chestertoniana che ogni cosa che val la pena di fare, è degna di esser fatta male.” (Raynor 1971). Tuttavia il concerto pubblico inglese si diffuse in tutta Europa, anche se a ritmi diversi. Quando infatti nel 1712 e nel 1721 il Collegium Musicum di Francoforte e quello di Amburgo svilupparono un’organizzazione che offriva concerti ad un pubblico di sottoscrittori, le due istituzioni stavano anticipando di circa cinquanta anni una prassi che diverrà comune in tutta Europa.

Un secolo dopo Banister, Schubert, che compose le prime sinfonie e moltissima musica da camera appositamente per gruppi di facoltosi amici, constatava le ripercussioni musicali dell’avvenuto cambiamento. Da raffinato critico musicale qual’era, notava che mentre i quartetti di Mozart o di Haydn potevano essere eseguiti da buoni dilettanti, per suonare Beethoven sarebbe stato necessario ricorrere a dei professionisti. Professionista indica sempre le due componenti del musicista-artigiano del passato: il valore culturale e quello economico della prestazione. Tuttavia la relazione appare ora invertita: non è più il il mecenate a disporre a piacimento di un artista, ma è l’esigenza di fruire del suo lavoro che  determina il rispetto nei suoi confronti da parte del pubblico e dunque l’eventuale prezzo dei concerti. Il concerto non è più un momento di convivialità patronato dalla nobiltà, ma un raffinato e riservato esercizio intellettuale.

Nello sfarzo seicentesco e settecentesco la raffinatezza della musica amplifica dunque il suo ruolo celebrativo attraverso la sofisticazione estetica e si diffonde alla borghesia. Per la prima volta, nella Londra del XVII secolo, nacque il concerto “pubblico”, che arriverà a prevalere sulla musica di corte e su quella da chiesa, permettendo che l’opera musicale acquistasse una sua autonomia dalle funzioni sociali e civili che l’avevano portata alla ribalta nel rinascimento. L’attività dei musicisti passò da quella di persone dedite ad un mestiere a quella di artisti, professionisti, ossia individui in grado di cogliere, per la loro abilità, l’essenza della musica stessa, ormai svincolata dal suo contesto pratico.

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