L’eredità sociale dei Conservatori: le Settlement Houses

Dickens descrive la Londra Vittoriana nei suo aspetti più duri: il fumo, la gente reietta e disperata nei vicoli angusti e bui, la nebbia ed il freddo, la pioggia che tutto impregna e la povertà e l’emarginazione di personaggi come come Oliver Twist, un orfanello arrivato a piedi dalla campagna. Londra era però anche la capitale politica e finanziaria dell’Impero Britannico ormai esteso in tutto il mondo (e successivamente negli Stati Uniti a New York) e non mancò una classe nobile e aristocratica, specialmente donne (come Elisabeth Fry, Florence Nightingale, Beatrice Potter), che vedevano nella filantropia un mezzo di emancipazione.

Le Charity Organisation Society si mossero dagli inizi operando per alleviare i poveri ma distinguendo tra “meritevoli” di aiuto e “immeritevoli”, coloro cioè che si riteneva approfittassero dell’aiuto per restare passivi e vivere da irresponsabili. In questo contesto si pone il modello del social worker (operatore sociale) come colei (o ancora colui) che deve porre attenzione ai problemi ma anche alle cause individuali. Per meglio svolgere il difficile compito di dare dignità al povero, i volontari devono essere formati e addestrati, e già nel 1883 le segreterie dei comitati sono pagate per svolgere compiti di istruzione e supervisione.

Oltre che all’individuo, il lavoro sociale inglese delle origini dedica la sua attenzione e i suoi interventi anche alla dimensione del vivere sociale e dei rapporti con gli altri. A questa attenzione si ispira il movimento dei “settlements”, insediamenti abitativi di giovani studenti universitari nei quartieri poveri delle città industriali con lo scopo di creare rapporti di convivenza e buon vicinato fra i vari strati della popolazione. Il loro metodo d’azione è essenzialmente quello delle attività di gruppo: studio, sport e musica. Così nascono a fine secolo nella periferia di Manchester, allo scopo di ridurre l’impatto della criminalità nella periferia cittadina, l’omonima squadra di calcio del Manchester United e la molto meno famosa Gotron Philharmonic Orchestra.

Sebbene infatti in Italia a partire dal XVIII secolo i Conservatori, nati in seno alla Chiesa con obiettivi assistenziali, si avviavano verso uno stile educativo incentrato su obiettivi tecnico-musicali e di formazione professionale più che sociali, la pratica della musica come strumento di lotta all’emarginazione trova nel Settlement Movement nuova ispirazione. Charles Burney, storico della musica e musicista, sostenne l’adozione del vecchio modello italiano per le scuole di musica e si adoperò per l’istituzione di conservatori ed enti musicali a fini sociali già alla fine del settecento. Un secolo dopo di lui, Samuel ed Henrietta Barnett fondarono, nel 1884, Toynbee Hall (alla memoria del loro amico e compagno riformatore, lo storico di Oxford Arnold Toynbee). Essa è ancora oggi sede nell’East London di una fondazione con l’obiettivo di colmare il divario tra le persone di ogni estrazione sociale e finanziaria, con particolare attenzione alla necessità di eliminare la povertà e promuovere l’inclusione sociale. Allora come oggi la musica, come del resto lo sport, svolge un ruolo essenziale nelle pratiche della scuola.

Tonybee Hall è questa, secondo Burbato (1999), la prima Settlement House. Ma il movimento di riforma sociale si dedicò con perseveranza alla creazione di istituti in altre aree urbane povere, in cui volontariamente cittadini della middle-class “sarebbero vissuti, nella speranza di condividere  conoscenze e alleviare la povertà dei loro vicini di casa a basso reddito” (Wade, Louise Carrol 2004).

Il successo dell’iniziativa era spesso riposto su un gruppo di donne che, persuase che questa microesperienza potesse essere esemplare per l’intera società, hanno sfidato la società patriarcale del loro tempo, costruendo le basi per strutture sociali alternative, mostrando una via per far coincidere personale e politico, facendo camminare insieme l’ambizione a migliorare se stesse e l’aspirazione a creare condizioni di vita migliori per tutti. Hull House a Chicago era per Jane Adams, la sua fondatrice, “un posto per gli entusiasmi, un luogo in cui tutti coloro che hanno la passione per la condivisione equa delle gioie e delle opportunità umane”. (Addams, 1910, pag. 184).

Negli anni di maggiore ampliamento a Hull House figurano ben 70 residenti (di cui solo tre uomini). Alle residenti però bisogna aggiungere le “supporters” che pur abitando nelle loro residenze dedicarono gran parte delle proprie energie morali e fisiche e spesso anche del proprio patrimonio economico alle attività e all’ampliamento delle strutture. Sebbene vi fosse una grande differenza di attitudini e capacità, sia personali che professionali, alcune di queste donne non solo vissero ma conclusero anche la propria vita negli istituti. (Providenti 2005)

Sebbene il settlement movement non ebbe mai espliciti obiettivi di proselitismo, almeno nelle intenzioni dei suoi fondatori, tali istituzioni sono state spesso lodate dai rappresentanti religiosi interessati alle vite dei poveri e criticate come normative o moralistiche da movimenti sociali radicali (che le hanno tra l’altro anche accusate di cercare di omologare alla cultura dominante i figli degli immigrati). Ma le accuse “dall’esterno” ben poca cosa sono rispetto ai problemi che queste strutture avevano anche al loro interno, divise tra i sostenitori di uno stile d’insegnamento professionale da un lato e un intento più sociale degli stessi dall’altro. Alcuni leader del settlement movement come la Adams (1910) scrivevano infatti che “la musica è forse il più potente agente per promuovere sentimenti di universalità e indurre gli uomini a dimenticare le loro differenze”. Tuttavia lo stesso alto livello educativo offerto portò alla nascita del medesimo conflitto visto nei conservatori italiani nel secolo precedente:  una crescente polarizzazione del dualismo tra l’insegnamento comune e di gruppo da un lato e lezioni private, teoria e nozioni di storia della musica e composizione orientati alla carriera professionale dall’altro.

Questa sorta di dualismo oggi è quasi un tema classico dell’educazione musicale. Davis (2004) studiando Rosie’s House, una commuity music school di Phoenix, scopre le stesse due posizioni (pag. 135-136) ed Halperm (2003) su questo basa le sue considerazioni sugli scopi delle attività del doposcuola: c’è conflitto tra un’idea di doposcuola come momento di acculturazione e supporto alle attività formative istituzionali e quella di un momento di formazione sociale e psicologica. E questo è presente non solo negli scopi e nei documenti istituzionali della scuola e dei professori, ma anche nelle diverse intenzioni degli allievi e dei loro genitori.

Dopo quasi un secolo di programmi formativi basati  fondamentalmente sul modello professionale, sarà Bandura (1997) a riformulare il problema della capacità di esprimersi e di sentirsi efficaci nel proprio ambiente sociale (rispetto a quello del passaggio di contenuti) nella sua teoria sull’autoefficacia percepita e a riportarlo al centro del dibattito pedagogico. Nel suonare insieme la musica può produrre un effetto positivo sui partecipanti indipendentemente dal passaggio di contenuti, ma conferendo, più che nozioni, un senso di autoefficacia ai membri di un gruppo, dando loro capacità di esprimersi e di sentirsi parte attiva della costruzione del proprio ambiente sociale.

Tale effetto psicologico può essere collegato con la capacità di aspirare descritta da Appadurai (2004): è il correlato individuale e cognitivo di quella capacità di immaginare, disegnare,  percorrere rotte e partecipare della costruzione della vita di se stessi e degli altri. L’autoefficacia percepita è la base personale su cui si creano aspirazioni da condividere, permettendo di continuare a ridisegnare attivamente le rotte verso cui vanno i progetti che condividiamo con altri. L’autoefficacia percepita è il cuore dell’attivazione, l’innesco di un generatore di nuovi desideri da condividere e, se c’è spazio per tale condivisione, del crearsi di aspirazioni comuni e nuove prassi con effetti anche politici (ossia estesi agli altri non immediatamente coinvolti), anche al di là del contenuto specifico della loro applicazione. 

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