Sentieri selvaggi: l’uso musicale del sociale

La finalità dei flash mob è l’intrattenimento con spettacolo o performance lampo. Il 17 aprile 2012, per festeggiare l’inaugurazione del Design Week, ha avuto luogo una particolarissima forma di flash mob musicale ante-litteram, coordinato da Sentieri Selvaggi e aperta a tutti i musicisti della città, al fine di eseguire Les Moutons de Panurge. La performance ha “invaso” gli spazi della Triennale, coinvolgendo attivamente anche il pubblico. Non si trattava della canzone di Brassens, ma di un esperimento di musica partecipata. L’obiettivo era quello di mettere alla prova il pubblico strutturando l’occasione musicale in modo che fosse più simile alla vita quotidiana, fosse maggiore lo stimolo (e minore l’imbarazzo) e semplicissima l’interazione.

La partecipazione alla performance si è realizzata su quattro livelli. Il primo livello ha riguardato il team di Sentieri Selvaggi nell’informare i partecipanti delle regole di organizzazione ed esecuzione del brano fissate dall’autore (e della lettura del Direttore, Carlo Boccadoro, ossia “una bomba anarchica esplosa all’interno dei fighetti del Design Week”). Il secondo ha riguardato quei musicisti esterni a Sentieri Selvaggi, dilettanti o professionisti, che si sono iscritti al concerto e hanno partecipato alle prove. Gli ultimi due hanno riguardato invece il pubblico e concernono rispettivamente il terzo i partecipanti “suonanti”, ossia quanti avevano letto dell’evento e pur senza partecipare alle prove si sono recati sul luogo con l’idea di suonare e magari uno strumento, il quarto il pubblico più o meno ignaro di cosa sarebbe avvenuto che ne ha partecipato in modo del tutto occasionale e fortuito.
La performance della triennale ha visto partecipare oltre una settantina di musicisti (tra i professionisti di Sentieri Selvaggi e quanti avevano fatto domanda) e altrettanti non-musicisti con le percussioni fornite (grattuge, pentole, tamburelli, pifferi, melodiche, ecc…) e circa un migliaio di persone di pubblico (di passaggio ma anche che si è fermato a cantare, battere le mani, i piedi, roteare chiavi e prtachiavi, shakerare monetine, ecc…).

Durante la performance il comportamento di molti musicisti è stato particolare. Sebbene Rzewski abbia previsto che non ci si dovesse fermare, già alle prime note la maggioranza di essi, nel baccano prodotto dagli strumentini dei non-musicisti, si era persa. In seguito sono cominciati ad arrivare amici e parenti e molti di essi hanno smesso e poi ricominciato a suonare per fare quattro chiacchiere. Altri hanno cambiato gruppo di riferimento (poiché, in barba alla meticolosa divisione prevista dagli organizzatori, volevano suonare coi loro amici). Anche l’improvvisazione finale è continuata ben oltre il termine ufficiale del concerto, siglato da un applauso ma segnato da meno di una decina di secondi di silenzio prima che qualche chitarrista ricominciasse a suonare.

Questo tipo di interazione ha reso possibile osservare, specialmente tra gli ascoltatori, la stessa relazione che Bang descrive quando parla di partecipanti a decisioni pubbliche everyday maker. Gli everyday maker sono quanti, a differenza degli esperti di un certo processo (nel caso i musicisti che avevano fatto le prove e seguito le istruzioni), non partecipano in profondità del fatto pubblico né in modo apatico o controproducente, ma semplicemente cercando di esser coinvolti nel minor modo possibile, schivando la partecipazione impegnata e la sciandosi trascinare.

All’interno della performance questi free riders evitano di dare eccessivo contributo alla produzione musicale collettiva poiché ritengono che il gruppo possa funzionare ugualmente nonostante la loro astensione. Ed erano in effetti numerosi i partecipanti un po’ timidi, che magari hanno battuto le mani solo un paio di volte per far contenta la fidanzata o trascinati dagli amici. Moutons de Panurge ha costituito una struttura in cui il comportamento di quanti partecipano in modo schivo o casuale assume anch’esso una connotazione pubblica. Quella, appunto, del disimpegno. Ed è concepita appositamente per questo: allontanare dalle mani del compositore stesso l’esclusività della determinazione dei suoni, preferendo invece che le relazioni musicali stesse si sviluppino nell’interazione con il pubblico, che può intervenire (ma anche no) sulla stessa struttura della performance.

L’opera è scritta infatti “Per qualunque numero di musicisti che suonano melodie e strumenti e qualunque numero di non-musicisti che suonano qualunque cosa”. Il titolo prende spunto da una novella del ‘500 francese di Rabelais che parla di una persona che imita gli altri e senza porsi questioni si fonde in un movimento collettivo, dando lustro di autentico spirito gregario. Panurge si vendica infatti di un negoziante (Dindenault) che non aveva voluto vendergli un montone. Una volta riuscito ad acquistare il montone, Panurge lo getta in mare facendo in modo che tutti gli altri capi del branco la seguissero. Anche Dindenault, disperato, segue la mandria ed annega gettandosi dal medesimo burrone.

Nella costruzione dell’interazione musicale del brano Rzewski crea una melodia di sessantasei note, che tutti i musicisti devono suonare all’unisono o all’ottava leggendole da sinistra a destra e suonandole come segue: 1, 1-2, 1-2-3, 1-2-3-4, etc. Quando si raggiunge la nota numero 65, si ricomincia a suonare da capo dall’inizio fino alla nota 65, poi dalla seconda nota alla 65, da 3 a 65, da 4 a 65 e così via. I musicisti, come le pecore, seguono senza darsi problemi le istruzioni.
La cosa interessante è però che Rzevski non ha voluto ricreare quel rapporto di dominanza già visto nel caso del direttore d’orchestra e del ruolo dell’orchestrale (ed evocato da Panurge e dallo spirito gregario delle pecore). I non musicisti sono invitati a produrre qualunque tipo di suono il più forte possibile e se possibile devono essere dotati di percussioni o altri strumenti. Essi hanno un leader, che “possono seguire oppure no”, e che comincia a dar loro una pulsazione metronomica, stabilita la quale ogni tipo di variazione è possibile. Il tema suggerito ai non musicisti è, nelle parole dell’autore, che “la mano sinistra non conosce cosa sta facendo la destra”. Le istruzioni per l’interazione proseguono infatti così: quando tutti avranno raggiunto l’ultima nota si potrà improvvisare usando qualunque strumento. I musicisti non devono fermarsi o saltare parti della melodia e suonare sempre forte. Ma se si perdono (e lo schema e il tipo di partecipazione aperto anche a non musicisti fanno già intuire che questo accada di frequente) non devono mai cercare di riprendere il filo. “If you get lost, stay lost” prescrive il compositore.

La forma diventa un assemblaggio non-direzionale e non-progressivo, bensì procedurale: i suoni non si producono, bensì si raccolgono e si accumulano nello stesso posto. E’ Nyman (1974) a consolidare “la sensazione che la musica debba essere qualcosa in più del contenuto di una sala da concerto o di un disco, che debba in qualche modo allargarsi alla nostra vita”. I musicisti sperimentali accettavano il fatto che la musica (e noi potremmo dire più in generale “il potere”) non fosse qualcosa di intrinseco a una certa disposizione di cose – a certi modi di organizzare i suoni (le istituzioni) – ma fosse in effetti un processo di comprensione che il pubblico poteva scegliere di agire o meno.

Il contributo del pubblico è in definitiva indispensabile e la definizione del modo in cui si può realizzare tale contributo è aperta (anche al non uso). E l’interpretazione delle stesse regole del brano può sfuggire completamente di controllo al compositore e all’esecutore stesso, aprendo spazio per l’intervento dei partecipanti fino a impossessarsi della performance e decidere di farla proseguire ben oltre il suo termine ufficiale, per il solo piacere di suonare insieme.
In fondo Rzevsky dice ai musicisti: “guardate che io sono Panourge e nel testo musicale, come quello della novella, scateno un ariete (l’organizzazione musicali e i performers) per farvi ruzzolare giù da un burrone! Dice agli spettatori (le percorelle) correte! Correte con noi giù dal burrone!” Si tratta di una provocazione, un’ironia non solo sul potere in generale (ed in particolare su quello della scrittura musicale), ma sul ruolo degli stessi spettatori. E tuttavia dopo la fine ufficiale molti hanno continuato a suonare.

In conclusione dunque, il flash mob organizzato su Noutons de Panourge non ha riguardato in senso stretto di un uso sociale della musica, bensì di un uso musicale della società e dei legami umani. Rzewski e Sentieri Selvaggi sapevano bene come “condurre in porto” la performance, il cui fine era comunque un fine artistico. Tuttavia quel testo ha effettivamente aperto alcuni margini di imprevedibilità. E alla fine, anzi dopo la fine, nel burrone, ancora qualche musicista-percorella stava suonando, libera dagli sguardi dei padroni, brindando a Rzewski.

Articolo di: Tommaso Napoli

I commenti sono chiusi.